The Xavier Zubiri Review, Vol. 5, 2003, pp. 69-86

 

 

Essenza formale dell’atto e del termine della fede,

secondo il pensiero di Xavier Zubiri

 

 

Francisco-Javier Sotil Baylos

Presbítero de la Archidiócesis de Barcelona

Barcelona, España

Abstract

This article schematically expounds—with some explanatory digressions—Zubiri’s contribution to the problem of the determination of the formal essence of faith as a human phenomenon.  This problem comprises the formal nature both of the act of faith and of the terminus of said act.  According to Zubiri, faith is formally surrender (=personal, firm, and non-required adherence) to a personal reality qua true.  In order to bring this about, therefore, the formal nature of the act of faith must be surrender (Part I); the terminus of the act of faith must be formally a personal reality qua true (Part II), and faith, qua act of surrender, must be formally characterized by a personal, firm, and non-required adherence (Part III).

Resumen

Este artículo expone esquemáticamente —con algunos excursus explicativos— la contribución de Xavier Zubiri a la solución del problema constituido por la determinación de la esencia formal de la fe como fenómeno humano, es decir, de la índole formal tanto del acto de fe como del término de dicho acto. Según Zubiri, fe es formalmente entrega (= adhesión personal, firme y opcional) a una realidad personal en cuanto verdadera. Para él, por tanto, la índole formal del acto de fe es entrega (ver I); el término del acto de fe es formalmente una realidad personal en cuanto verdadera (ver II); y la fe, en cuanto acto de entrega, se caracteriza formalmente por ser una adhesión personal, firme y opcional (ver III).

 

 


Prefazione

L’ora di “passare al Padre” è arrivata al filosofo spagnolo Xavier ZUBIRI [San Sebastián 1898 - Madrid 1983], mentre preparava per la stampa il suo libro El hombre y Dios[1], che fu pubblicato quattro mesi dopo a cura del suo discepolo, anche lui ormai nel seno di Dio, P. Ignacio Ellacuría, sj.

Quest’opera di Zubiri è dedicata all’“analisi della realtà umana in quanto costitutivamente coinvolgente la ‘versione’ [...] alla realtà divina”[2]. Si tratta dunque di un problema “teologale” fondamentale[3]. Dentro la sua analisi dell’accesso dell’uomo a Dio e dell’uomo come esperienza di Dio (capitoli 4-7), Zubiri studia concretamente il tema della “fede” —radice formale o forma radicale, secondo lui, dell’accesso dell’uomo a Dio— in diversi aspetti: cosa sia formalmente la fede; intelligenza e fede; concrezione della fede, ecc.

Intendiamo dedicare questo articolo a esporre il contributo di Zubiri a una soluzione del problema costituito dalla determinazione dell’essenza formale della fede come fenomeno umano, cioè dalla determinazione dell’indole formale sia dell’atto di fede sia del termine dell’atto di fede. Ci sembra che il pensiero di Zubiri sul tema sia un originale ed importante contributo fatto dalla metafisica zubiriana della realtà alla teologia fondamentale.

Il nostro studio si restringe ai limiti stretti della risposta di Zubiri a questa domanda: cos’è formalmente la fede?[4], cioè in che consiste primariamente e radicalmente la fede? Sistemeremo la sua esposizione a modo nostro, introducendone excursus spiegativi —tratti dal pensiero di Zubiri ed esposti da lui altrove— laddove ci sembri necessario per facilitarne la compressione. Molte affermazioni di Zubiri rimarranno oscure. E’ inevitabile che così sia. La metafisica della realtà di Zubiri è costitutivamente “sistematica”. Ogni concetto ha un significato preciso originale nel pensiero di Zubiri e pende strutturalmente da altri. E’ assolutamente impossibile nei limiti di questo lavoro chiarire la portata esatta di ogni concetto, giacché le sue radici si stendono su tutta l’opera di Zubiri. Ci contenteremo di poter almeno far intravedere qualcosa.

Incominciamo dalla risposta finale alla quale arriva Zubiri. Secondo lui, fede è formalmente consegna (= adesione personale, ferma, opzionale) ad una realtà personale in quanto vera[5].

In questa specie di definizione, Zubiri identifica l’indole formale sia dell’atto di fede (consegna) [cfr. I], sia del termine dell’atto di fede (una realtà personale in quanto vera) [cfr. II], sia dei tre caratteri della fede in quanto atto di consegna (adesione personale, ferma, opzionale) [cfr. III]. Cercheremo dunque di sviluppare i tre momenti della definizione spiegando la portata precisa di ogni loro concetto. A modo di introduzione al tema, esporremo la critica di Zubiri ad una consueta concezione della fede.

Anzitutto bisogna chiarire che Zubiri cerca di definire “formalmente” la fede in radice, cioè di definire in che cosa consista primariamente e radicalmente la fede come fenomeno umano “in tutta la sua ampiezza” (credere in qualcuno, sia un uomo, sia Dio, ecc.). Ovviamente quello che ci interessa soprattutto —come al proprio Zubiri— è la fede in Dio. Perciò il riferimento al concreto credere in Dio sarà continuo e immediato. Fermo restando che la fede in Dio è soltanto una “modalità” —suprema certamente— di ciò che è formalmente la fede simpliciter.

Introduzione: Insufficienza di una

consueta concezione della fede

Spesso la fede viene concepita come “assentimento ad un giudizio fondato nella testimonianza di un altro”. Nel caso concreto del credere in Dio, il termine della fede sarebbe una serie di affermazioni circa Dio, e l’indole formale dell’atto di fede sarebbe l’assentimento alla verità di esse per la testimonianza (autorità) di Dio. In questa concezione, risultano chiaramente tre cose: 1) la fede è una conoscenza intellettuale; 2) l’oggetto della fede è la verità di un giudizio; 3) l’indole formale dell’atto di credere è assentimento per una testimonianza.

Zubiri ammette come plausibile che in ogni atto di fede tutto ciò sia presente “in qualche maniera”. Ma ci dice che stiamo cercando non elementi che “solo in qualche maniera” sono presenti nella fede, ma la “struttura primaria e formale” di ogni fede. Perciò considera radicalmente insufficiente questa concezione della fede, sia per quanto riguarda l’indole formale dell’atto di credere, sia per quanto riguarda il suo termine proprio.

 

1.  Insufficienza riguardo l’indole dell’atto formale di credere.

Scrive Zubiri:

La fede non radica nella connessione della testimonianza con il testimoniato ma nell’ammissione della testimonianza in quanto testimonianza da parte del credente. Ma allora il primario e decisivo della fede si trova appunto non nell’assentimento ma nell’ammissione. Orbene, l’ammissione è un fenomeno che trasborda i limiti dell’assentimento intellettuale. Bisogna domandarsi allora giustamente cosa sia ammettere[6].

Con questo paragrafo così denso, Zubiri dichiara l’insufficienza della concezione dell’atto formale della fede come assentimento. Sviluppando il suo pensiero, cerchiamo di capire bene quello che vuole dire.

Nella concezione della fede come “assentimento ad un giudizio fondato nella testimonianza di un altro” possiamo scoprire due elementi espliciti: (1) l’assentimento al giudizio (2) la connessione di fondazione fra questo assentimento al giudizio e l’ammissione della testimonianza; ed un elemento implicito: (3) l’ammissione della testimonianza in quanto tale. Orbene, (1) è fondato in (2); ma (2) è fondato in (3). Infatti, chi crede dà il suo assentimento al giudizio (1) non per il giudizio in se stesso ma perché questo giudizio è connesso con la testimonianza (2); e, se assente al giudizio perché connesso con la testimonianza, lo fa perché ammette la testimonianza in quanto tale (3). Ma allora alla base di tutto l’atto di fede c’è appunto il momento in cui colui che crede ammette la testimonianza in quanto testimonianza. Se ciò che cerchiamo è l’indole formale dell’atto di fede, cerchiamo il primario e decisivo dell’atto di fede; ed è ovvio che tutto l’atto di fede è fondato propriamente non nell’assentimento ma nella ammissione, da parte del credente, della testimonianza “in quanto testimonianza”. L’atto di fede quindi è formalmente “ammissione” è non “assentimento”, perché questo è fondato in quella. Di conseguenza, neppure il fenomeno della fede si riduce ad un fenomeno di conoscenza intellettuale, perché il fenomeno dell’ammissione va oltre i limiti del semplice assentimento intellettuale. Allora, per trovare l’indole formale dell’atto di fede la domanda precisa che ci dovremmo fare è in quale tipo di “ammissione” consista formalmente la fede.

 

2.  Insufficienza riguardo il termine proprio dell’atto formale di credere

Risulta chiaro quindi che il termine proprio dell’atto formale di fede non è il giudizio, cioè il contenuto della testimonianza. Lo sarebbe se l’indole formale dell’atto di fede fosse semplicemente assentimento. Abbiamo visto però che non è assentimento ma ammissione. Il termine proprio dell’atto formale di fede in quanto ammissione è dunque la testimonianza in quanto testimonianza.

E’ certo invece che l’atto di fede ricade su qualcosa di “vero”, su qualche dimensione di “verità”. Ma ciò non vuol dire che si tratti della verità del giudizio. Fede non è assentire alla verità di un giudizio. Infatti questa non è in nessuna maniera la forma radicale e primaria di verità. Si tratta in ogni caso della verità della testimonianza in quanto testimonianza. Fede è ammettere il “vero” della testimonianza in quanto testimonianza. Allora per scoprire l’oggetto proprio dell’atto formale di fede dovremmo domandarci cosa sia questa verità della testimonianza.

 

I.   Indole formale dell’atto de fede: consegna

Ammissione, secondo Zubiri, è un modo di ciò che lui chiama “consegna”[7]. Cosa sia “consegna” lo ha già spiegato qualche pagina prima[8]. Ora si limita a riassumerlo così:

La consegna, secondo quanto abbiamo visto, è un andare da noi stessi verso un’altra persona donandoci ad essa. L’uomo si consegna a Dio accettando il proprio Io, il proprio essere personale, in funzione della realtà personale di Dio. La fede quindi è primariamente e radicalmente consegna della mia persona ad una realtà personale, ad altra persona.[9]

Facciamo dunque un riassunto[10] dei passi della spiegazione alla quale ci rimanda Zubiri.

 

I.1.  Donazione di Dio all’uomo: accesso “incoato” dell’uomo a Dio[11]

I.1.1.  Dio è costitutivamente accessibile dall’indole della sua propria realtà.

Zubiri ha spiegato previamente che Dio non è una realtà[12] in se stessa inaccessibile. Dio non è per niente una realtà che sta al di là di tutto il reale come il grande assente e straniero. Al contrario, Dio è presente formalmente nelle cose reali senza essere identico ad esse. Questa presenza è “formale” perché le cose reali sono reali “in” Dio senza essere Dio. Dio non è trascendente “le” cose ma “nelle” cose. Trascendenza non è una categoria di assenza ma di presenza. La presenza di Dio nelle cose è la sua trascendenza “fontanale” nelle cose reali come loro fondamento “ultimo, possibilitante ed impellente”[13]. Dio è presente personalmente nelle cose reali costituendo formalmente la loro realtà. Per questo Dio è costitutivamente accessibile “nelle” cose reali stesse.

I.1.2.  Accessibilità di Dio nella sua donazione all’uomo.

Questa accessibilità personale di Dio nelle cose ha vari modi secondo l’indole diversa delle cose reali. Nel caso della realtà personale che è l’uomo (essenza aperta)[14], la trascendenza (presenza) fontanale di Dio nella realtà dello spirito umano è una “trascendenza inter-personale”, è tensione dinamica inter-personale. In questa tensione inter-personale, Dio manifesta all’uomo, in “notizia” e “nuda presenza”, la ricchezza, fermezza ed effettività della sua realtà assolutamente assoluta, donando da Sé all’uomo il fondamento del suo essere persona, costituendo il suo Io come realtà relativamente assoluta. In virtù di questa tensione inter-personale, tutti gli uomini —lo sappiano o meno— sono “pre-tensivamente” portati da Dio in “travolgimento” “trascendentificante” verso di Lui. Questa donazione pre-tensiva, travolgente e trascendentificante da parte di Dio all’uomo è già “accesso incoato dell’uomo a Dio”.

 

I.2.  Consegna dell’uomo a Dio: accesso “plenario” dell’uomo a Dio[15]

I.2.1   Sviluppo dell’accesso incoato dell’uomo a Dio in accesso plenario.

Ogni uomo [...] è in accesso incoato a Dio. Ma quest’accesso incoato (dell’uomo a Dio) non si sviluppa in accesso plenario in ogni uomo. Perché così sia bisogna che l’uomo conosca formalmente che Dio esiste come realtà assolutamente assoluta in tutta la sua assoluta concrezione. Orbene, questa conoscenza è quella che abbiamo giustificato nel capitolo anteriore.[16]

Quando l’uomo ha conoscenza formale di Dio, si trova nella situazione di avere accesso plenario a Lui, corrispondendo alla “tensione in donazione” da parte di Dio mediante la “tensione in consegna” a Lui da parte sua. La consegna dell’uomo a Dio non può esistere se non iscritta nel seno della donazione di Dio all’uomo nella quale Egli lo porta a Sé. Secondo Sant’Agostino, Dio direbbe all’uomo: “Non Mi avresti cercato se Io non ti avessi trovato”. Zubiri si permette di trasformare così la frase: “Non ti consegneresti a Me se Io non ti avessi portato a Me”.

I.2.2.  Consegna non è “abbandono”

Anzitutto bisogna dire negativamente che consegna non è affatto quello che tante volte si è pensato: abbandono, cioè che consegnarsi sia abbandonarsi. Abbandonarsi è fuggire da sé stessi. Se si tratta dell’abbandono in Dio questo consisterebbe, nel migliore dei casi, nel confidare che Dio faccia le cose per Sé stesso senza alcun intervento da parte di colui che si abbandona. Dice Zubiri: “Questo sarebbe un gigantesco atto di comodità o di disperazione”[17]. Consegna è proprio il contrario.

I.2.3.  Consegna è azione positiva e attiva

Consegna è una azione positiva e attiva attraverso la quale l’uomo risponde all’azione in cui Dio gli dona fontanalmente la sua realtà personale. In questa azione di risposta, l’uomo “accetta” in modo attivo e positivo da se stesso di essere portato da Dio. Così “va” verso Dio. Questo andare verso Dio è l’accettazione positiva da parte dell’uomo dell’essere portato da Dio verso di Lui:

Essendo portato da Dio l’uomo non va alla deriva della corrente, ma va vogando nella realtà verso Dio. L’uomo fa il suo Io, il suo essere relativamente assoluto, consegnandosi alla realtà assolutamente assoluta, a Dio.[18]

I.2.4.  Consegna è azione personale.

La consegna dell’uomo a Dio non è solo azione attiva e positiva; è anche “personale”. Dio è realtà personale, perciò la sua donazione all’uomo è donazione personale. Ma anche l’uomo è realtà personale. Di conseguenza, la consegna dell’uomo a Dio è anche consegna “personale”:

Alla donazione personale che è la presenza fondante di Dio nelle cose e nell’uomo, risponde la persona umana con questa forma speciale di donazione che è la consegna di se stesso.[19]

I.2.5.                             Momenti della “consegna”

Dio è il “fondamento” della realtà umana secondo tre dimensioni precise: è insieme l’“ultimità radicale” della realtà personale dell’uomo, la “possibilità di tutte le sue possibilità” (possibilitanza) di vita e la “destinazione che impelle” il suo essere relativamente assoluto. Ultimità, possibilitanza ed impellenza[20] sono tre caratteri di Dio in quanto Dio. In virtù di questi tre caratteri, la consegna dell’uomo a Dio ha tre momenti determinati.

I.2.5.1. Riverenza.[21] In primo luogo l’uomo si consegna a Dio, va a Dio, come realtà assolutamente ultima. Sotto quest’aspetto la consegna riveste il carattere di “riverenza”. Potrebbe pensarsi che riverire sia primariamente obbedire. Non è vero. L’obbedienza è qualcosa di derivato riguardo alla riverenza:

Il primario della riverenza è quella specie di riconoscenza della mia indole relativa di fronte alla persona assolutamente assoluta che è Dio. E’ come uno sparire davanti a Dio.[22]

La riverenza personale è l’essenza di ciò che esprime il verbo greco “latreúo” (adorare), cioè riverire la pienezza insondabile della realtà ultima che è Dio. Questa riverenza coinvolge tante altre dimensioni morali, ma alla radice di tutte c’è la “riverenza in adorazione personale” da parte dell’uomo al Dio che dona se stesso a lui in trascendenza personale.

I.2.5.2. Supplica. In secondo luogo l’uomo si consegna a Dio come possibilitanza suprema. L’aspetto proprio di questa dimensione della consegna è “supplica”. L’uomo si consegna in supplica al Dio donante di tutte le sue possibilità di vita. E’ l’essenza della preghiera. L’uomo non solo ad-ora ma ora:

L’uomo non lascia di lato le cose per andare a Dio, ma è nelle cose stesse, con tutta la sua ricchezza e con tutte le sue difficoltà, dove l’uomo si consegna in supplica a Dio affinché Egli fondi in esse le possibilità che gli siano favorevoli.[23]

I.2.5.3. Rifugio. In terzo luogo l’uomo si consegna a Dio come impellenza suprema. “L’uomo riposa in Dio come ‘fortezza’ della sua vita.[24] Ma non è che l’uomo chieda a Dio meramente la fortezza per fare qualcosa; si tratta della fortezza stessa che è Dio, dell’appoggio forte e saldo in cui Dio stesso consiste. Perciò, sotto questo terzo aspetto, l’uomo si consegna a Dio come “rifugio” non per fare, ma per essere. La fortezza per agire è soltanto una derivazione del consegnarsi a Dio come rifugio dell’essere.

I.2.6.  Unità tra l’uomo e Dio nella consegna

Questi tre momenti distinti trascorrono nell’atto semplice e unitario che è la consegna dell’uomo a Dio in tensione inter-personale. Ci può essere una certa “dominanza” di un momento su gli altri, ma sono essenzialmente inseparabili. Orbene, la tensione inter-personale della consegna dell’uomo a Dio costituisce anche una precisa unità tra l’uomo e Dio. Qual’è l’indole di questa unità?

I.2.6.1. Non è una unità di “correlazione”. Così sarebbe se la consegna dell’uomo a Dio fosse una reazione dell’uomo all’azione di Dio. Non è così. La possibile correlazione sarà soltanto “risultato” dell’unità.

I.2.6.2. E’ unità di causalità inter-personale. L’unità tra la donazione di Dio e la consegna dell’uomo —e la corrispondente unità tra l’uomo e Dio— è “unità di causalità inter-personale”[25], che non è semplicemente “unione” ma “comunione” tra la persona umana e la realtà personale divina. La tensione dinamica è causalità inter-personale, cioè, funzionalità non tra quello “che è Dio” e quello “che è l’uomo”, ma tra Dio “per essere chi è” ed ogni uomo “per essere chi è”. “L’uomo si consegna a Dio accettando il suo essere personale in funzione di un Dio che è donante, anch’Egli personale, la mia realtà e il mio essere”.[26] Donazione-consegna è la struttura metafisica della causalità inter-personale tra Dio e l’uomo nella tensione teologale della sua vita.

I.2.6.3. Due osservazioni sulla causalità inter-personale uomo-Dio:

(1) Consegnandosi a Dio, l’uomo si consegna a ciò che è più radicalmente suo. Infatti, Dio e l’uomo non sono due persone “aliene” fra di loro; sono certamente distinti ma non alieni. La presenza di Dio nella realtà di ogni persona umana è intrinseca e formale a questa. Dio in quanto realtà personale è intrinseco ad ogni realtà personale umana. La causalità inter-personale della “donazione-consegna” non è estrinseca ma intrinseca: è una funzionalità “dal di dentro” della realtà umana, e non dal di fuori di essa:

Anzi, è funzionalità da ciò che è più radicalmente interno della persona, perché è da quello che essa è in quanto realtà. [...] La realtà personale di Dio è, se mi è permessa l’espressione, un momento formale dell’uomo facente il suo Io.[27]

La “mozione” di Dio non è una seconda mozione aggiunta a quella che parte dall’uomo. Questa mozione che parte dall’uomo è già formalmente, e in se stessa, mozione di Dio.

Per non fraintendere queste affermazioni di Zubiri conviene leggere accuratamente la sua esposizione della realtà di Dio come fondo trascendente proprio di ogni cosa reale[28].

(2) Come ogni causalità personale, questa causalità inter-personale è rigorosamente metafisica. Riverenza, supplica e rifugio sono “stretti” modi di causalità inter-personale metafisica tra Dio e l’uomo da parte dell’uomo:

La tensione dinamica tra Dio e l’uomo è formalmente costituita da quei fenomeni che noi propenderemmo a considerare come sentimentalismi puerili. No. Sono i modi stessi della causalità di Dio nella vita della persona umana. [...] Aiutare, consolare, ascoltare, ecc., non sono meri fenomeni psichici, ma i modi metafisici di come Dio va costituendomi nel mio essere[29]. Nella causalità classica, l’urto, la pressione, l’attrazione, ecc. sono i modi di esercitare la causalità fisica. Nella causalità personale questi modi sono amicizia, compagnia, appoggio, ecc.[30].

Tutto ciò permetterà a Zubiri di concettuare l’uomo come “esperienza di Dio”[31]. Ogni uomo —lo sappia o meno— è esperienza di Dio. Non si tratta dell’esperienza empirica di un “oggetto”, ma della esperienza metafisica della fondamentalità del suo essere personale. Questa esperienza è “in se stessa” l’esperienza di Dio.

 

II. Indole formale del termine dell’atto de fede: una realtà personale

in quanto vera

Zubiri ci ha già fatto vedere che la consegna è “sempre” consegna ad una realtà personale, nel nostro caso, alla realtà personale di Dio. Allora l’unica possibilità di specificare l’indole della consegna in cui consiste la fede sarà quella di specificare il termine su cui ricade la fede, cioè specificare l’indole formale del “chi” a cui l’uomo si consegna nella fede. “La questione si riduce, quindi, a dire quale sia l’aspetto della realtà personale a cui formalmente si consegna la mia persona nell’atto di fede” [32].

II.1.   Due concezioni insufficienti del termine formale della fede

II.1.1. Verità di un giudizio

Zubiri ha già spiegato prima che il termine formale primario e decisivo della fede non è la verità di un giudizio, alla quale assente il credente. Questo l’hanno visto anche in qualche modo la filosofia della religione e la teologia. Specialmente oggi praticamente tutti riconoscono che il termine formale della fede sia una persona, una realtà personale. Si crede non in enunciati —ci si dice— ma in persone.

II.1.2. Realtà personale

In base a questo riconoscimento, c’è il pericolo di cadere in un’altra concezione della fede anch’essa insufficiente, questa volta non per riduzione ma per ampliamento. La concezione della fede come assentimento alla verità di un giudizio era riduttiva, ma coinvolgeva un elemento fondamentale del termine della fede: il momento di “verità”. Se invece la fede viene concepita semplicemente come consegna dell’uomo ad una realtà personale, quale sarebbe la differenza tra fede e amore, tra fede e speranza? Questa concezione della fede come consegna ad una realtà personale non ci dice affatto in che consista la specificità della fede; inoltre diluisce il concetto di fede nel più ampio della consegna in quanto tale. Fintanto non si dica in che consista la specificità della fede, non si è fatto altro che sfumare, nell’atto più generale della consegna, il proprio e lo specifico della fede. Non si può diluire la concezione della fede in quanto consegna nella concezione della consegna in quanto consegna, a meno che si voglia rinunciare —ancora una volta— al rigore e alla precisione che devono avere sia la filosofia che la teologia quando difendono il suo statuto “scientifico”.

Con la scusa che la fede non ricade formalmente sulla verità di un giudizio, la filosofia della religione e la teologia si sono lanciate oggi per questa via della consegna ad una persona; [...] con ciò è rimasto perso il proprio della fede come atto di consegna. E’, a mio modo di vedere, un grave difetto della teologia e della filosofia attuali”[33].

 

II.2.   Approssimazione al momento formale di “verita” costitutivo del termine della fede

II.2.1. Status quæstionis

La concezione della fede come consegna ad una persona soltanto sarà sufficiente se coinvolge essenzialmente il momento di “verità” presente nella concezione della fede come assentimento alla verità di un giudizio. Infatti, per essere fede e non altro modo di consegna ad una realtà personale, la fede concepita come consegna ad una persona deve includere formalmente la dimensione del “vero”. E’ momento proprio della fede credere nella “verità”. Allora “la consegna che costituisce la fede è consegna ad una persona in quanto che questa persona involve verità. Cos’è questa verità? Questa è la questione”[34].

II.2.2. Altre due concezioni insufficienti

II.2.2.1. La verità che la persona comunica

(1) Una prima forma di assumere la dimensione di verità nel termine formale della fede si può formulare così: il termine formale della fede è la persona —alla quale l’uomo si consegna— in quanto comunica una verità. La dimensione di verità sarebbe allora “verità comunicata” dalla persona a cui ci si consegna. Cioè, la fede sarebbe la consegna ad una persona in quanto comunica una verità. “Nel caso della fede divina, la fede sarebbe credere quello che Dio comunica. La consegna delle fede consisterebbe, come diceva Sant’Agostino, in credere Deo, in credere a Dio.”[35]

(2) Questa concezione della fede, e della verità che essa coinvolge, è ovviamente insufficiente, come già lo stesso Sant’Agostino denunciò energicamente. Infatti, credere quella verità che la persona dice “deriva” da qualcosa di più profondo e radicale; deriva dal credere nella persona stessa. Nel caso della fede in Dio, il primario e il decisivo della fede non sta nel “credere Deo” (cioè nel credere quello che Dio dice) ma sta proprio nel “credere in Deum” (cioè nel credere in Dio, nel credere la persona stessa di Dio). Ma la questione ritorna: cosa è allora credere nella persona stessa di Dio, credere in Deum, credere in Dio?

II.2.2.2. Credendo amare

(1) “Per Sant’Agostino, non c’è dubbio: credere in Deum (est) credendo amare, credendo diligere (Tract, in John. XXIX, 6): credere in Dio è amare credendo. Prendendo la linea della nostra analisi, —dice Zubiri— la fede sarebbe la consegna personale nell’amore”[36].

(2) La concezione della fede fatta da Sant’Agostino non è altro che una modalità di quella concezione della fede insufficiente per ampliamento che Zubiri ha appena criticato. Secondo Sant’Agostino la fede sarebbe un atto di amore, nella nostra linea un atto di consegna. Ecco qui l’insufficienza: la fede non è costitutivamente “soltanto” un atto di amore, cioè un atto di consegna ad una persona, ma un atto di “consegna ad una persona in quanto portatrice, diciamo così, di verità. E Sant’Agostino non lo negherebbe”[37]. L’insufficienza della concezione della fede in Sant’Agostino consiste nel fatto che, malgrado esprima azzeccatamente la dimensione personale del termine della fede, unisce a questa la dimensione di verità per via di “connessione”, il ché comporta una certa dualità interna. Nella concezione agostiniana, infatti, il “credere Deo” (credere a Dio) è “connesso” al “credere in Deum” (credere in Dio). Spezzando la sola apparente unitarietà dei due momenti, dobbiamo dire: c’è “da una parte, un amare, un amare che ricade sulla persona in quanto tale, e dall’altra un credere, un credere che ricade sulla verità “portata” o comunicata dalla persona in questione”[38]. In realtà ci sono due atti, tanto intimamente connessi quanto si voglia, ma “due” atti: l’atto di amare e l’atto di credere. Questo è insufficiente, perché non da ragione della fede che è un fenomeno “unitario”: l’amare è un amare che deve involvere “intrinsecamente, costitutivamente e formalmente” un credere; il credere è un credere che deve involvere “intrinsecamente, costitutivamente e formalmente” un amare.

 

II.3.   Concezione de Zubiri: realtà personale “in quanto vera”

Così arriva Zubiri alla sua propria concezione della fede:

Orbene, ciò solo può accadere se la verità a cui la fede si riferisce non è la verità della quale sarebbe portatrice la persona in cui si crede, ma la verità in cui questa stessa persona consiste in se stessa. Non si tratta dunque della verità di quello che la persona dice o fa, ma della verità che è essa stessa persona in quanto realtà. Allora la fede è al medesimo tempo intrinsecamente e insieme, amare e credere. Questo è, a mio parere, l’esatto credere in Dio: la fede è la consegna a una realtà personale in quanto vera. Ecco quello che cercavamo.[39].